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IRONE - Il paese fantasma per un paio di calze

 

Chi percorrendo, nelle trentine Valli Giudicarie,  la strada romana che da Stenico porta a Madonna di Campiglio, inoltrandosi infine nella Val di Sole, dalla provinciale 34 e deviando sulla destra subito dopo il ponte  del Lisan, può imbattersi in un autentico villaggio fantasma: Irone.

Questo villaggio si trova vicino Ragoli ed è un piccolo borgo medievale perfettamente conservato, per anni è stato completamente abbandonato. 

Su un'altura, a dominare il paese vi è una piccola chiesetta, anch’essa di origine medievale, forse sorta in prossimità del luogo da dove la leggenda narra che l'ultimo abitante del paese si sia gettato nel vuoto, insieme al suo ultimo messaggio affidato ad sasso che scagliò contro il cielo.


Il villaggio ormai disabitato dal lontano 1630, d’estate si ripopola e le sue vie, dove si affacciano case dalla
caratteristica struttura alpestre medioevale, rieccheggiano ancora di voci e di passi.

L'antico pozzo è sempre li, sentinella muta ma ancora pronto al servizio, per la comunità.

Ma cosa accadde nel lontano 1630 ?

Perchè tutta la zona è costellata da simboli di morte come ad esempio l'affresco denominato le “Danze macabre” che appare sulla facciata sud della chiesa di San Vigilio mentre lo accompagna il poema della morte che così inizia
"Io sont la Morte/ che porto corona/ sonte signora/ de ognia persona…"

L'affresco rappresenta un macabro corteo che inizia con un gruppo di tre scheletri musicanti, il primo dei quali, seduto su un trono rudimentale, porta in testa la corona a simbolo della Morte sovrana, (assolutamente da vedere e da studiare per le allegorie rappresentate che ben illustrano l'atmosfera e la mentalità del 16° secolo, periodo in cui fu costruita la chiesa).

Ma torniamo ad Irone ed alla sua storia, vi anticipo solo che per un paio di calze divenne una città fantasma.

Non vi sembri strano che un misero paio di calze siano la causa della fine del paese e di tutti i suoi abitanti, proseguite nella lettura e considerate quante storie e favole sono costruite su semplici e comuni oggetti: una mela, una scarpetta, un ago... solo per citare i più noti.

Più spesso di quanto si pensi, non solo nelle favole, la storia degli uomini viene influenzata da umili oggetti.

Siamo nel 1630 ad Irone ed a Milano la peste di manzoniana memoria imperversa, ma ... non solo a Milano.
Già  nel 1628 la Sanità milanese (l’organo preposto alla tutela della salute dei cittadini), considerate le poco rassicuranti notizie riguardanti i contagi che dilagavano in Europa, aveva emanato una grida per porre Milano al riparo da ogni sorta di rischio.

Venne vietato il commercio con la Svizzera, con Friburgo e Berna, ma inutilmente.
Tuttavia la popolazione si riteneva ancora indenne dal terribile morbo.
La paura cominciò a diffondersi, veramente, solo il 12 ottobre 1629, con la notizia che a Malgrate, il giorno prima, erano morte dodici persone sane e robuste.
Tutto precipitò quando, proveniente da Lecco o da Chiavenna, tornò in città Pietro Antonio Lovato, abitante in porta Orientale, nella parrocchia di S. Babila, portando con sé molti abiti barattati o acquistati dai fanti alemanni. Dopo tre giorni trascorsi nella propria casa assieme ai familiari, fu ricoverato all'Ospedale Maggiore, dove tuttavia morì nell'arco di due soli giorni.
Pochi giorni ed il morbo si sparse per tutto il nord Italia.

Lo storico cappuccino Padre Cipriano Gnesotti (1717-1776), nelle sue “Memorie per servire alla storia delle Giudicarie” scriveva:
Nell’anno 1630 il morbo menò tanta strage nello Stato Veneto che si calcolarono più di 500.000 morti”.

Irone , villaggio medioevale già citato nei documenti del XII sec., godeva di una posizione isolata e non avrebbe dovuto correre rischi di contagio.

Tutti vigilavano, in modo paranoico, affinchè il morbo non si avvicinasse alle loro case, mille e mille precauzioni furono adottate: cintarono il villaggio con alte lastre di porfido (alcune di esse costeggiano ancora i vecchi sentieri), misero guardie armate a controllare chi entrava, impedendo l’ingresso agli stranieri.

Si racconta però che due donne del paese, mentre giravano per la valle, trovassero a terra un paio di calze di lana nuove di zecca; erano proprio nuove, calde ed invitanti, "come sarebbero state utili nei freddi mesi invernali" si dissero. Senza pensarci troppo le presero, contente di tale inusuale fortuna e mentre tornavano al paese le rigiravano tra le mani per apprezzarne la fattura e forse se le contendevano anche. Le portarono con loro per un bel pezzo ma all'avvicinarsi al paese si accorsero del rischio che stavano correndo: di chi erano ? perchè erano state lasciate li per terra ?  colte dal dubbio che fossero state abbandonate da qualche appestato, le gettarono via.

Troppo tardi: arrivarono al paese e si ammalarono, contagiando velocemente gli altri abitanti.

Uno dopo l’altro, morirono tutti.

Ormai Irone rivive per circa soli due mesi all’anno; le case sono state restaurate, ma vengono abitate solo in estate.

Se andate al paese, in inverno, avvertite sempre qualcuno della vostra destinazione, la desolazione è tanta ed è meglio essere prudenti
 
Ecco allora spiegato perchè un paio di calza distrusse un paese.

 

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