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Casale della Cervelletta

un tesoro medievale ed umano dimenticato


Un casale medievale e un borgo rurale a pochi metri da Tor Sapienza. Il Casale della Cervelletta rappresenta un frammento della memoria storica di Roma che dal 1200 ai giorni nostri ha resistito a vicissitudini, guerre, carestie, malattie. 
La struttura si trova nella Riserva naturale Valle dell’Aniene e si compone di una torre medievale, alta 27 metri, realizzata nel XIII secolo e di un casale gentilizio costruito fra il XVI e XVII secolo.

Casale della Cervelletta, un tesoro di storia e di umanità che rischia di sparire.
Partiamo allora alla scoperta non solo delle sue bellezze architettoniche o paesaggistiche ma andiamo a scoprire la storia profonda dei luoghi e degli uomini che vi hanno vissuto, con le loro piccole e grandi tragedie.
Seguitemi, allora, nel racconto che purtroppo sarà succinto per non annoiare ma che spero vi stimoli a maggiori approfondimenti.

Potrete trovare il Casale della Cervelletta, con i suoi secoli di umanità, a meno di 1 km dal G.R.A. di Roma e vicinissima al raccordo autostradale A24, integrato nella Riserva Naturale Valle dell’Aniene.

La torre, contraddistinta da una merlatura guelfa, è il nucleo originale dell’odierno complesso ed è posta sul lato nord-est del cortile.
Costruita nel XIII secolo in tufo, riporta ancor oggi feritoie, mensole e i tipici fori per la travatura di costruzione.
A pianta rettangolare e con la sua altezza di circa 30 metri, permetteva il controllo dei movimenti sulla antiche vie Collatina e Prenestina, a sud, e in generale sulla Valle dell’Aniene.

Attraversare il borgo significa immergersi nella Roma medievale, riscoprire le tradizioni dell’agro romano. Un fascino che ha attratto anche grandi produzioni
cinematografiche, ultima in ordine di tempo quella del blockbuster delle feste «Ogni maledetto Natale», che ha deciso di ambientare nella struttura gran parte delle scene.
Si tratta di un sito straordinario, quasi unico nel suo genere a Roma, che rischia di crollare a causa dell’incuria.
Purtroppo oggi, il degrado che affligge troppi luoghi della nostra memoria storica , rischia di frantumare anche questo angolo di Roma antica.

Ed è essenziale non permettere che si perda la memoria storica e culturale di questi luoghi.

Spesso si parla di memoria storica alludendo a grandi opere magnifiche, realizzate da e a ricordo di personaggi illustri, oppure di opere d'arte che sono costate sforzi e sacrifici immani.
Ma cos'è veramente la memoria storica che non dobbiamo perdere ?
Forse quella degli atti compiuti dagli uomini comuni, dalle popolazioni che hanno affrontato sofferenze con il solo scopo di sopravvivere, degli uomini che hanno dedicato la propria vita per cercare di rendere migliore quella degli altri.
Quegli uomini e donne che oggi non sono agli onori delle cronache o riportati ed osannati nei libri di storia perchè hanno combattuto guerre terribili e fatto uccidere o affamato migliaia di persone.
La memoria storica che non dobbiamo dimenticare è quella di uomini e donne che hanno donato la loro vita per salvare gli altri,  come hanno fatto qui alla Cervelletta, amena località posta tra la casilina e la prenestina quasi dentro Roma.
La memoria storica che non dobbiamo perdere è quella della gente che ha vissuto nella sofferenza e che grazie ai loro sacrifici ci ha permesso, oggi, di vivere una vita migliore.
La memoria storica che non dobbiamo perdere è fatta di privazioni, fame, sopprusi patiti da migliaia di povere persone per soddisfare i pochi al potere.
Se si perde la memoria resta ben poco di noi esseri umani.

Seguitemi in questo racconto.... non fosse altro per ricordare come eravamo in passato, solo 100 anni fa e anche meno.

Non scordiamo le nostre radici recenti, abbagliati dal ricordo delle nostre radici lontane, senz'altro più epiche ma forse confinate ormai in un limbo fantastico. Le nostre radici lontane saranno senz'altro utili per ricordare le nostre fondamenta ma non dobbiamo dimenticare che, se il palazzo si mantiene stabile grazie a delle buone fondamenta , sono i tanti piani che permettono di salire al cielo.

Cercherò solo di darvi uno spunto di ragionamento cercando di abbozzare il quadro di luoghi passati e persone dimenticate.

Se invece vuoi cercare altro puoi provare questa selezione

 

La Cerveletta dunque, oltre che borgo medioevale, è stato un centro di ricerca, grazie al quale ora possiamo vivere a Roma....altrimenti oggi Roma sarebbe quasi inesistente e pressocchè spopolata come avvenne durante il medioevo a causa di epidemie e carestie.
Come mai ? Perchè questa affermazione ?
A est della città, all'inizio del XX secolo, alla Cerveletta, “...una piccola tenuta di 264 ettari, ad otto chilometri da Roma, fra le Vie Collatina e Tiburtina, nel territorio di Cervara”  venne installato un centro di ricerca innovativo per l'epoca.
Il centro veniva coordinato dal prof. Celli che chiamò al suo fianco nello stesso anno, come collaboratrice, la giovane fidanzata, Anna Fraentzel Celli, giovane tedesca appassionata di medicina.
Quando, nella primavera del 1899, Anna era arrivata per la prima volta alla Cerveletta, proveniente dalla ispezione fatta con Angelo Celli ai caselli della linea ferroviaria, conosceva la situazione della campagna romana solo attraverso generiche informazioni e limitatamente all’aspetto igienico-sanitario; rimase quindi sgomenta
 di fronte allo spettacolo che si presentava ai suoi occhi. “M’ero immaginata – racconta – di trovare al centro della tenuta un villaggetto nel quale abitassero, in belle casette pulite, con un giardinetto davanti, braccianti e contadini e non posso descrivere la mia delusione e il mio stupore quando Celli mi additò una collinetta dove sorgevano, simili ad un attendamento di negri, numerose capanne con nel mezzo una cappelletta, in aperta campagna, senza un giardino, senza un fiore.
Le capanne erano vicine le une alle altre ed erano fatte di paglia, di canne, di stocchi di granturco e di foglie secche, senza una finestra e con una porta, o meglio un buco
d’ingresso, così piccolo che per entrare bisognava chinarsi. Nell’interno della capanna c’era un solo giaciglio, una rapazzola , per tutta la famiglia,  fatto di rami d’albero tenuti assieme da un fil di ferro, sul quale erano stesi un pagliericcio di cartocci di granturco e pochi stracci.
Sull’impiantito in terra battuta eran disposti i pochi utensili di cucina, una madia, un tavolo e qualche sgabello a tre piedi.
Nel mezzo, c’era poi il focolare fatto di pochi mattoni in modo che, quando vi si faceva del fuoco, tutta la capanna si riempiva di fumo.
Polli e maiali vivevano promiscuamente con gli uomini.” (Heid 1944-68)
Convincere i coloni a seguire le prescrizioni mediche e ad osservare le misure contro le zanzare, non fu un’impresa semplice e, inizialmente, Anna dovette affrontare non poche difficoltà, anche per superare la diffidenza della popolazione agricola,
soprattutto dei ciociari che abitavano nelle capanne.
La Cervelletta divenne forse il principale centro di studio e di lotta contro la malaria,  la terribile malattia dell'epoca che uccideva migliaia e migliaia di persone ogni anno, in Italia ed in molte altre parti del mondo.
Molto peggio dell'Ebola e dell'AIDS.
La situazione economica e le condizioni di vita di una grande parte della popolazione in Italia in quei anni erano più che preoccupanti.
L’emigrazione all’estero diventava l’ultima speranza per moltissima gente, che, ancora occupata prevalentemente nel settore agricolo, aveva fame innanzitutto di terre da coltivare.
Fra il 1901 e 1910, lasciarono l’Italia circa 600.000 italiani, ogni anno.
In totale si contano fra il 1876 e 1913 circa 6 milioni di italiani emigrati nei paesi europei e 7,4 milioni oltremare.
Questo esodo di massa fu causato soprattutto da una grave crisi agraria, la quale dal 1888 (circa) divenne una crisi economica generale, che colpì nuovamente il paese nel 1907/08.
Le campagne, da cui proviene la maggior parte di emigranti, scontavano antichi fattori di arretratezza: la scarsa disponibilità di capitali; il mancato ammodernamento di macchinari, fertilizzanti, tecniche di rotazione; la tendenza alla monocoltura cerealicola; la mancanza quasi totale di provvedimenti di bonifica; la conservazione di rapporti sociali e di lavoro, specialmente nel Sud, di tipo feudale.

A questo punto mi interrompo perché mi sembra di raccontare cose troppo attuali e non vorrei che si pensasse che voglia parlare dei giorni d'oggi (sic !!!!) .
Però considerate con calma cosa siamo oggi, come eravamo ieri (cioè come erano i nostri bisnonni) e come stiamo diventando oggi per colpa di poteri che "non sempre" (o quasi mai ?) hanno come obiettivo quello per cui sono nominati dal popolo.

Se volete conoscere meglio la storia di Anna Fraentzel Celli seguite il link per trovare quello che cercate.
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