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Partire alla ricerca di oro e tesori

In questa pagina abbiamo riportato alcune leggende della Valtellina e della Valchiavenna, attraenti ed interessanti culturalmente ma anche intriganti per i sottointesi che si celano dietro alle metafore rappresentate da storie e leggende.

Chissà che non possano fornire spunto per ulteriori ricerche di oro e tesori.

Se vuoi altri spunti ed informazioni per approcciarti al fantastico mondo della ricerca di tesori vai alla nostra pagina specifica sui TESORI NASCOSTI

pagina, testi, immagini tratte da www.paesidivaltellina.it - Un grazie all'autore Massimo Dei Cas che ha messo a disposizione il suo pregevole lavoro
 

Storie di oro e tesori in Valtellina e Valchiavenna

Il "böcc de l'ànima danàda" di Talamona L'oro della Reit Il tesoro del Fumagàl
Tesori in alta Valtellina Il tesoro maledetto di Mese La beffa di don Silvestri
 

C’è oro in Valtellina? A giudicare da alcuni toponimi (la valle ed i pizzi dell’Oro, nella Valle dei Bagni, in Val Masino, l’alpe ed il monte dell’Oro, presso Chiareggio, in Valmalenco) parrebbe di sì. Poi scopri che “Oro” deriva da “ör” (latino “ora”), che significa orlo, bordo rialzato, terrazzo che guarda ad un precipizio, e allora pensi che del nobile metallo non vi sia traccia fra le viscere di queste montagne. Ma scopri altresì che il Romegialli scrive ne "Storia della Valtellina e delle già contee di Bormio e Chiavenna" (Sondrio, 1834): "Vi è la pirite marziale con molto oro in Valle Malenco"; scopri poi che effettivamente in valle del Muretto, al monte dell'Oro ed ai laghetti di Chiesa (Valmalenco), secondo quanto riferisce Ercole Bassi, l'oro, almeno nell'ottocento, veniva estratto. E sempre il Bassi riporta il racconto popolare che parla di un tale svizzero, il quale, nella seconda metà dell'ottocento, venne per tre o quattro estati a fare scavi in un luogo molto elevato e quasi sempre coperto da neve del monte dell'Oro, valicando, al ritorno, il passo del Muretto carico d'oro. Quando la cosa si riseppe, vi fu una piccola caccia all'oro, ma nessuno altro riuscì mai a trovare tracce del prezioso metallo. Venne bensì trovato un buco, ad una quota superiore ai 2400 metri, ma, appunto, senza traccia dell'oro favoleggiato. Ed allora, riflettendo su queste notizie in apparenza contraddittorie, capisci che quando c'è di mezzo l'oro occorre procedere... con i piedi di piombo.


Non è bene, quindi, affrettare le conclusioni. La storia e, molto di più, le leggende mostrano che la Valtellina, pur non essendo né il Klondike né la California, di oro ne possiede. La storia, innanzitutto, quella della miniera d'oro sopra Paniga, aperta forse già ai tempi del dominio dei Vicedomini sulla Costiera dei Cech e sfruttata fino alla fine del Settecento (la "bögia de l'òòr", in località "el regulùn a la bögia de l'òòr", chiamata così per la presenza di una grossa quercia). Ne vediamo ancora gli ingressi su un roccione posto quasi a mezza costa sul dirupato versante meridionale del Culmine di Dazio (Cùlmen), sulla verticale del campanile della chiesa di Paniga.
Una miniera che ha dato origine ad una curiosa leggenda, quella del drago della miniera dell’oro, “el dragu de la miniera de l’oor”, forse in accordo con le tante storie di draghi a guardia di tesori nascosti. In realtà i draghi erano più d’uno. Per alcuni erano giganteschi, di color verde cupo, con una spessa cresta sul dorso ed un’enorme bocca dalla quale saettava una lunga lingua biforcuta; per altri erano di più modeste dimensioni (non più di mezzo metro di lunghezza) e di un color grigio che si mimetizzava assai bene con quello delle pietre, per cui ci si accorgeva della loro presenza a fatica, solo per gli occhi fiammeggianti. Altri ancora narravano di averli visti sul tronco di talune piante: avevano lo stesso colore della corteccia, biancastro sulle betulle, marroncino sui castagni, verde fra le foglie.
Per molto tempo la paura impedì più sistematiche osservazioni: la gente era, infatti, convinta che questi esseri potessero stordire, ammaliare, aggredire, avvelenare addirittura chi si avvicinasse; era anche convinta che il loro potere malefico si esercitasse anche sulle colture, danneggiandole. Passò, così, un bel po’ di tempo: nessuno fu vittima di aggressioni o peggio.
Alla fine la gente cominciò ad arrendersi all’evidenza ed a guardare con maggiore attenzione queste bestie, osservando che, in effetti, non erano molto grandi, avevano sì una cresta sul dorso, la lingua biforcuta, una bocca deforme e le dita delle zampe prensili, ma si cibavano solo di insetti e temevano l’uomo. Avevano, poi, la curiosa proprietà di assumere il colore dell’ambiente nel quale si trovavano, mimetizzandosi, così, piuttosto bene. Alla fine a qualcuno venne in mente che si potesse trattare di semplici...camaleonti (animali che effettivamente trovavano in queste zone un habitat ideale).
Niente più draghi, niente più oro della miniera, che si esaurì; curiosamente, però, ancora nel 1804 si sparse la voce che nei pressi di Porcido, piccolo nucleo rurale a monte dell’ex-miniera, fosse stata scoperta una vena d’oro. Voce che, però, non ebbe seguito. Restò la fama del Culmine di Dazio, il gigante di granito che, in tempi remotissimi, piegò l’orgoglio dell’Adda, costringendo le sue acque a piegare dal corso sostanzialmente lineare prima di accedere alla bassa Valtellina, fama di monte del granito, appunto, ma anche dell’oro.
Un profumo d’oro che aleggia anche sul paesino di Cerìdo, non lontano dal Culmine. C’è, qui, un gruppo di case e terreni chiamato "cagazéchìn": vi abitava un tal Venina, cui non faceva difetto certamente il buonumore, e che era solito raccontare, con aria serissima e compresa, delle straordinarie qualità del suo asino, parente, alla lontana, della famosa gallina dalle uova d'oro, dato che quello (l'asino, s'intende), quando andava di corpo, non deponeva a terra vile sterco, ma preziosissimi zecchini d'oro. Del resto, direbbero i latini, “pecunia non olet”, il denaro non puzza…


 Se la miniera d'oro di Paniga appartiene alla storia, dell'esistenza in valle di Sassersa (Valmalenco), presso i bellissimi laghetti omonimi, di miniere d'oro, di cui parlano molte leggende popolari, non si è mai, invece, trovata alcuna prova storica. E' certo, però, che qui furono attive, in passato, miniere di magnetite e calcopirite, e che una mappa del 1816 registra, nella zona, la dicitura "Miniera d'oro".

Copyright:
Massimo Dei Cas
Via Morano, 51
23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285
E-mail: m.deicas@tin.it

 

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