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Partire alla ricerca di oro e tesori

In questa pagina abbiamo riportato alcune leggende della Valtellina e della Valchiavenna, attraenti ed interessanti culturalmente ma anche intriganti per i sottointesi che si celano dietro alle metafore rappresentate da storie e leggende.

Chissà che non possano fornire spunto per ulteriori ricerche di oro e tesori.

Se vuoi altri spunti ed informazioni per approcciarti al fantastico mondo della ricerca di tesori vai alla nostra pagina specifica sui TESORI NASCOSTI

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pagina, testi, immagini tratte da www.paesidivaltellina.it - Un grazie all'autore Massimo Dei Cas che ha messo a disposizione il suo pregevole lavoro
 

Storie di oro e tesori in Valtellina e Valchiavenna

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Ma i tesori trovati non sempre sono forieri di buone cose. Ci sono, infatti, tesori maledetti, che sarebbe meglio non trovare, quelli che non portano nulla di buono. E dietro c’è quasi sempre lo zampino del diavolo. Questi le studia tutte per indurre l’uomo in tentazione e, siccome sa che la febbre dell’oro è morbo rispetto al quale pochi uomini sono immuni, qualche volta mette sul loro cammino incredibili tesori. Del resto, nel Medio-Evo il denaro veniva chiamato sterco del diavolo. In fondo ad un burrone della Valdidentro, per esempio, cfr. Lina Rini-Lombardini, "Bellezza e leggende della terra di Bormio", Bonazzi, Tirano, 1926, pg. 6) si racconta che vi fosse, da tempo immemorabile, uno scrigno colmo d’oro. Quanti si avventuravano fra le rocce per recuperarlo, però, se la dovevano vedere con un enorme e feroce caprone, che si avventava contro di loro: era Belzebù, che attendeva le sue vittime accecate dalla brama di ricchezza. A Livigno un tale scoprì, nascosta fra le travi di una vecchia casa, una calza piena di marenghi d’oro. Non stava più nella pelle per la contentezza, se li mise tutti nell’incavo delle due mani per mangiarseli con gli occhi. Poi cacciò un urlo: le monete si erano trasformare in brace viva, che gli stava bruciando il palmo delle mani. Sempre in alta Valtellina una volta il demonio tramutò delle foglie in monete d’oro, e le depose sopra un lenzuolo. Un tale, passando, le vide e se ne mise in tasca una buona manciata, incredulo per l’inatteso colpo di fortuna. Ma poi stette molto male, capì che si trattava di monete maledette e le buttò via.
A proposito di monete maledette: sapevate delle conseguenze nelle quali incorre chi, senza saperlo, tocca una scopa usata da strega per recarsi ai sabba notturni? Ne "Il conte Diavolo", di Giovanni Robustelli (Sondrio, 1891, pp. 133-134) Comare Angela ci insegna che in tal caso la polvere, che si credeva di aver pulito, torna per maleficio là dove si trovava. Di più: nell'immondezzaio si possono trovare monete d'oro forgiate dal Diavolo. Guai a toccarle! Mettono un diavolo per capello, e solo un esorcista può riportare l'indemoniato alla sua condizione normale.
In alta Valtellina il Diavolo si diverte anche, come racconta Lina Rini-Lombardini ("Bellezza e leggende della terra di Bormio", Bonazzi, Tirano, 1926, pg. 8) a tramutare le foglie in monete d'oro, per adescare le persone facendo leva sulla loro avidità: chi se le mette in tasca, però, comincia a star male, e finisce nella tomba, se non se ne libera per tempo.
Pare, poi, che a Bormio (cfr. l'articolo "Amenità bormiesi", in "La Valtellina", Sondrio, 1 marzo 1862) vi era un tempo un convento di frati, con una bella chiesa. I frati erano tormentati dal Diavolo. Non ne potevano più, ed alla fine riuscirono a sprofondarlo in un terreno lì vicino. Il diavolo, furioso, pe rvendicarsi portò con sè molti denari del tesoro del convento, che rimasero sepolti insieme a lui. Da allora molti cercarono il tesoro, ma nessuno riuscì a riportalo alla luce.
Anche in Valchiavenna si racconta di tesori maledetti. Due uomini (lo racconta Alfredo Martinelli, in "Terra e anima della mia gente", pp. 192-198) , che si recavano da Mese a Campedello udirono, nel cuore della notte, uno scalpitio di cavalli, che si fermarono a poca distanza da loro. Un misterioso cavaliere emerse dall’ombra, senza però mostrare il volto e, con voce profonda e ferma, disse di essere uno spirito e di avere una missione da assegnare ai due: si sarebbero dovuti recare sul greto del fiume Mera, sotto la “muraia”, e qui avrebbero trovato un macigno quasi incandescente, contrassegnato da un bollo giallo; con pazienza e destrezza avrebbero dovuto sollevarlo per liberare il tesoro che vi era nascosto, una preziosissima catenella d’oro. “Badate, però, è una catenella maledetta, non donatela alle vostre donne”, concluse, “perché è appartenuta ad un cavaliere spagnolo che nei secoli passati ha portato la guerra in questa valle: per questo porta male. Donatela, invece, alla chiesa di S. Croce di Piuro, e tutti i defunti di questo paese vi saranno riconoscenti”. Ai rintocchi dell’Ave Maria lo spirito scomparve. I due, riavutisi dallo spavento, fecero come era stato loro detto, e, non senza grande fatica, spostarono il masso, trovando effettivamente la splendida catenella. Non resistettero, però, alla tentazione di ricavarne un bel gruzzolo e, invece di donarla alla chiesa, la vendettero. Trascorsero dodici mesi ed una notte tornarono a percorrere quel medesimo sentiero sul quale un anno prima era loro apparso il cavaliere fantasma. Questa volta nessuno scalpitio di cavalli, nessun cavaliere emerse dalle tenebre. Queste, però, si fecero più fitte intorno ai loro occhi e, prima ancora che si potessero rendere conto di quel che accadeva, la vita li abbandonò.

Ci sono, infine, i tesori per burla, quelli che alcuni buontemponi si inventano per ridersela alle spalle dei creduloni. Si racconta (cfr. Ubaldo Torlai, "Bormio vecchia", Società Valtellinese, Sondrio, 1907, pg. 98-101) che a Bormio, nel 1862, una ragazza quindicenne cominciò a rivelare a più persone di aver ripetutamente visto, a notte fatta, ombre misteriose ed udito voci arcane, che l’avevano esortata a portare al parroco questo messaggio: “Si scavi nella chiesa di San Bartolomeo: si troverà una chiesa assai più antica, sepolta sotto le sue fondamenta, che custodisce un grande tesoro”. La storia della ragazza giunse
all’orecchio del parroco, don Silvestri, che si consultò con le persone più assennate della sua parrocchia ed alla fine, non senza molti tentennamenti, decise, appoggiato da altri tre preti del paese, di dare credito alle rivelazioni giunte per il tramite della ragazza. Mise, dunque, in piedi una società per provvedere agli scavi, ed organizzò perfino dei pellegrinaggi per implorare dal Signore la grazia di poter riportare alla luce il grande tesoro. Quando gli scavi erano a buon punto, però, venne alla luce non il tesoro, ma la ragione delle ombre e delle voci di cui la ragazza parlava: niente spiriti benevoli, ma due burloni che avevano approfittato della sua ingenuità, apparendole nella penombra e camuffando fattezze e voci in modo da sembrare ombre dell’aldilà. Ne derivò un grande scandalo, e don Silvestri venne sospeso a divinis.

Non mancano, infine, le storie che vorrebbero invitarci a riflettere sull'insensatezza di quella cieca brama di ricchezze che pare impossessarsi di buona parte del genere umano. Un dipinto a Pianazzo (frazione di Campodolcino) sembra proprio un monito contro costoro. Leggiamo, infatti, nella bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994:
"C'era una volta in questa valle un uomo tanto tanto ricco, cattivo prepotente che non dava niente a nessuno. Si vantava di essere il padrone di tutto. Ma un giorno sentì una voce dall'alto che lo
chiamava. Spaventato si mise in ginocchio e implorò: - Ti regalo tutto l'oro che ho, ma lasciami vivere - La voce rispose: - Non voglio né oro né argento, ma ti voglio in questo momento -. Così il ricco capì che non era padrone neppure della sua vita. Chi non crede a questa storia può andare a Pianazzo dove c'è affresco che la rappresenta
."
Qual morale trarre da tutte queste storie? Ciascuno ricavi la sua. Ne suggerisco due, possibili. La morale moralistica, ovvero l’esecrazione della virgiliana “auri sacra fames” (esecrabile fame d’oro), che a tanti mali ha indotto ed a tante sciagure condotto l’uomo. La morale utilitaristica: se tanto se ne parla, ci saranno pure oro e tesori da qualche parte fra i nostri monti; perché non armarsi di pazienza e sperare nella buona sorte? Confidando, magari, su un’antichissima credenza (usciamo, per una volta, dai confini della Valtellina) che vuole i tesori nascosti là dove l’arcobaleno ha inizio. In cammino, dunque, al prossimo arcobaleno, per scovarne il prezioso segreto prima che si dissolva.        

 

Copyright:
Massimo Dei Cas
Via Morano, 51
23011 Ardenno (SO)
Tel.: 0342661285
E-mail: m.deicas@tin.it

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