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San Martino al Cimino e la Papessa

 

San Martino al Cimino è un piccolo centro nei pressi di Viterbo. La sua posizione geografica è invidiabile con un'ampia veduta su tutta la piana viterbese; è inoltre piacevolmente circondata da fitti e bellissimi boschi e castagneti.

La caratteristica misteriosa di questa cittadina risiede nel fatto che la sua pianta ricalca quella di piazza Navona a Roma,
come si può vedere ancora oggi.
Ma come mai ?
Per spiegarne il motivo occorre risalire al medioevo, per la precisione al 1650 circa.
La storia di questo borgo s'intreccia e dipende dalla storia di un famoso personaggio del citato periodo, Donna Olimpia Maidalchini in Pamphili.
Senza qui raccontare tutta la sua storia che potete leggere dal simpatico testo sulla vita di Donna Olimpia del 1666 (Regesto delle opere pasquinesche di Danilo Reti, che se volete vi posso inviare via mail), qui ricordiamo solo che, pur essendo cognata del Papa Innocenzo X, si diceva fosse Lei a governar la chiesa ed anzi in alcune medaglie che circolavano si poteva vedere su una faccia Donna Olimpia con la Mitra Pontificia in testa e sull'altra faccia il Papa con il “capo intrecciato come le donne con fuso”.
La presenza di Olimpia (ed il suo supporto economico) accompagnò la carriera del cognato Giovanni Battista Pamphili fino al conclave ed oltre il soglio di Pietro, e non fu una presenza discreta: tutta Roma (a cominciare da Pasquino) parlava e sparlava di come Donna Olimpia apparisse molto più legata al cognato che al marito, di come chiunque volesse arrivare all'ecclesiastico Pamphili dovesse passare attraverso la cognata e di come costassero cari i suoi favori.
È certo che fu la principale artefice dell'elezione a papa del cognato, così che quando questa fu conclusa, Olimpia divenne la dominatrice indiscussa e assoluta della corte papale e di tutta Roma.
Senz'altro Olimpia fu donna molto energica ma la sua fortuna (e di conseguenza anche quella di suo cognato) sembra fosse stata fondata sulla prostituzione.
Si disse che la sua beneficenza fosse sempre interessata: che la protezione assicurata alle cortigiane mascherasse una vera e propria organizzazione del traffico della prostituzione, che i comitati caritatevoli per l'assistenza ai pellegrini del Giubileo del 1650 fossero organizzati a scopo di lucro.
In realtà la prostituzione, nella Roma papalina, era controllata e regolarmente tassata. Le prostitute erano dette, nel linguaggio della burocrazia, donne curiali, in quanto sottoposte al controllo del tribunale del Cardinal vicario (la Curia), che rilasciava le licenze ed esercitava il controllo sui bordelli, e ne riscuoteva le tasse. Con i proventi di queste tasse, ad esempio, fu fabbricato Borgo Pio da Pio IV e finanziata la ristrutturazione di via Ripetta da Leone X (cfr. Costantino Maes, Curiosità romane,  Roma 1885).
Interessante poi notare come le prostitute che avevano rapporti di un certo livello venissero chiamate “donne onorate” così come l'altra famosa cortigiana "Fiammetta".
La sua potenza crebbe a tal punto da guadagnarsi l'appellativo, datogli da Pasquino, di Pimpaccia ed essere accompagnata dal detto “a Roma non si muove foglia che Don Olimpia non voglia”.

Ma la leggenda che la fa ricordare è legata alla sua fuga da Roma alla morte di suo cognato il Papa Innocenzo X.

Saputa dell'imminente morte di suo cognato, Donna Olimpia che sapeva di essere invisa a tutta la cittadinanza pensò bene di fuggire.
Di notte, partì sulla sua carrozza nera trainata da cavalli neri, secondo la leggenda ,inseguita dai diavoli,; attraversò ponte Sisto e si rifugiò a San Martino al Cimino dove visse fino alla sua morte in esilio.
Ma Donna Olimpia amava troppo Roma ed in particolare la “sua” piazza Navona (oppure pensò di ricreare la sceneggiatura ,ad uso e consumo dei nobili e dei pellegrini, per riavviare la sua attività). Avviò quindi grandi opere e, abbattendo qui e ricostruendo là, riuscì a rimodellare la  stessa San Martino al Cimino facendo somigliare la sua pianta a quella della famosa piazza Navona.
Ai giorni d'oggi resiste ancora la sua leggenda che narra come il 7 gennaio di ogni anno su ponte Sisto sia possibile sentire un rumore di carrozza in fuga.
Altra leggenda legata ad Olimpia è quella secondo la quale la carrozza che trasportava Olimpia ed i tesori verso Villa Pamphili, sprofondò in un baratro aperto dai demoni vicino porta di San Pancrazio. Proprio in quel punto esisteva, fino al 1914, nella toponomastica del Comune di Roma, una Via Tiradiavoli.
Che dire:
Abbasso i benpensanti che con la scusa del decoro e della religione permettono lo sfruttamento di tante povere persone.
Premesso che la mercificazione del proprio corpo per bisogno, è sempre da condannare ma non per la mercificazione ma perchè esiste il bisogno che costringe, direi che quello che non è possibile accettare è il fatto che molte povere donne sono ridotte in schiavitù senza che la civiltà detta civile faccia nulla.
Andiamo in Afganistan per salvare quella popolazione dai talebani e non andiamo in guerra per difendere tanta povera gente sfruttata e ridotta in schiavitù sotto i nostri occhi.
Rimane il sospetto che i soldi della prostituzione servano sempre allo stesso scopo.
Cosa ne pensate ?

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